giovedì 26 settembre 2019

A volte riFornano...

Anche quest'anno come da tradizione, le classi prime della Scuola Media di Buttrio sono andate a Forni di Sopra per una tre giorni di intense attività. Chi vi scrive non li ha accompagnati, ma mi giungono ad ora notizie confortanti dalle montagne friulane. Vediamo...

Intanto, malgrado la pioggia di ieri, i nostri sono senz'altro scesi dalla corriera


...e con tutta probabilità devono essere entrati in albergo a scaricare i bagagli, ma dev'essere stato un breve momento perchè le attività incalzavano. Così ne troviamo alcuni al Castello di Saquidic

L'atmosfera uggiosa pare aggiungere qualcosa al mistero del castello (lo dico io seduto a casa sul divano...)

e altri invece sono schierati come una squadra di soccorso, pronti per affrontare l'Adventure Park


La pioggia quindi non sembra proprio aver fermato i nostri e il destino riconosce la loro tenacia e oggi gli regala un cielo secco e  limpido 


Le piogge però hanno ingrossato i fiumi e per l'escursione nel Parco delle Dolomiti è necessaria una catena umana per attraversare le impetuose acque di un torrente (...)


Per evitare che le truppe si demoralizzino, la guida sembra minacciarle con delle corna di capriolo...dico bene??


Tanto per rendere più concreta la minaccia, ecco delle impronte... (cervo?...)


Proprio mentre scrivo, arrivano immagini del pomeriggio...
Qui pare che da una postazione di caccia sia stato avvistato un branco di ciclisti




In questa foto aerea, un altro gruppo si prepara per una misteriosa attività (noto una mazza di legno...)


E qui si torna dalla visita all'impianto di teleriscaldamento a biomassa. Oppure dal castello di Saquidic?


Ma chiuderei con questa: alcune prof, infrangendo senza remore il regolamento scolastico, s'intrattengono con un abitante locale dal dubbio copricapo (sarà il collegio docenti a stabilire la sanzione).




Se volete vedere come è andata gli scorsi anni potete sbirciare qui
Giorno 1    Giorno 2     Giorno 3

Oppure, se volete gettare il cuore oltre l'ostacolo e scoprire la settimana bianca delle seconde, cliccate qui


Benvenute prime...la bloggoteca è anche vostra!

Brevissimo post per iniziare l'anno salutando le nuove classi prime. Intanto, a conforto dei nuovi genitori che piangono l'assenza dei figli (non solo sono in una nuova scuola, ma sono pure già partiti per dormire fuori la notte..), questa sera, se tutto va bene, potrò postare alcune foto dei gitanti, grazie ai nostri inviati...
Ma qui volevo ricordare agli alunni delle prime (anche se forse già lo sanno) che la scuola dall'anno scorso si è dotata di una "biblioteca armadio" (...), fornita di titoli un po' più accattivanti di quelli solitamente presenti nelle biblioteche scolastiche. Trovate tutte le istruzioni, ma soprattutto TUTTE LE COPERTINE DEI LIBRI, cliccando qui.
A stasera! Per il post fotografico sui giorni verdi di Forni!!

P.S. Approfitto per ricordare che chiunque volesse donare dei libri alla scuola, è il benvenuto (in cambio possiamo offrire una citazione su questo blog, il che non equivale esattamente alla gloria, ma è già qualcosa...)

Blog Lamiaclasse - Scuola Media Buttrio -  prof. Tommaso Zamò

giovedì 22 agosto 2019

Ho ucciso la scuola...

...e stiamo cercando di rianimarla


Esattamente un anno fa, seduto nello stesso luogo (ammesso che i luoghi non cambino), scrivevo il primo post di questo blog. Ricordo bene quel momento: un po’ di ingenuità e un po’ di entusiasmo. L’anno scolastico appena passato è stato il migliore che io ricordi. Mai così tante avventure, imprevisti, nuove conoscenze. Tanto che a ripensarci mi nasce la voglia di chiarire (a me prima di tutto) come sia accaduto. Si potrà pensare ad una attenta programmazione, obiettivi chiari, fare energico e decisivo; ma non è nulla di tutto ciò. Già in quel primo post, incredibilmente (ma poi non tanto), c’è in una frase tutto quello che vorrei cercare di chiarire in questo momento: so che dobbiamo smetterla di aspettarci che tutto sia già bello e pronto...le cose belle vanno costruite e scoperte assieme.
Le letture estive, una in particolare, mi hanno rafforzato in questa convinzione, che allora era poco più che un’intuizione. Dunque, contro la programmazione, certo, ma vorrei spiegarmi. Non voglio qui scrivere il manifesto dell’ingenuità didattica, del tipo “entriamo in classe e vediamo cosa succede”, voglio invece chiarire a me stesso la necessità estrema di demolire alcune certezze scolastiche, senza ricostruirne altre, beninteso. Da quando insegno, a intervalli più o meno regolari, ho da sempre provato una sorta di disagio, quasi di disgusto, una sensazione fisica e, proprio perché fisica, espressione di un bisogno (mio) reale, impossibile alla lunga da scartare o dimenticare, pena la perdita del senso di quello che faccio. Cos’è questa sensazione? O meglio da dove arriva? Io sento chiaramente, sarò in questo predisposto, non tanto l’inutilità, che sarebbe ben poca cosa, ma proprio il carattere osceno, perché meccanico e disanimato, di tante pratiche scolastiche. Tutti lo sanno. La scuola è morta, e anche io ho contribuito ad ucciderla, sia chiaro (da qui il disgusto). La scuola muore ogni volta che ripete tecniche e linguaggi della dis-animazione che è la cifra dell’attualità. Non c’è salvezza, non si creda salvo chi parla di pace e tolleranza, e soprattutto chi parla troppo, non è questione di contenuti. La scuola muore ogni volta che pensa allo studente come un mezzo per creare il fine che è l’adulto; ogni volta che crede di preparare alla vita, non capendo che la scuola dovrebbe essere la vita.

“E’ tempo di invertire la tendenza destrumentalizzando il rapporto fra educazione e conoscenza; preoccupandosi meno del futuro dei propri studenti e più della qualità del presente e del tempo ora, in quella situazione in cui un incontro con quello studente che viene a scuola può o non può avvenire”
Attesi imprevisti – Paolo Perticari

La scuola muore ogni volta che un insegnante crede di trasmettere dei contenuti e imposta la sua professione come una trasmissione da/a, secondo la nota e antica metafora dell’imbuto (io non ho ancora trovato una feritoia nel cranio degli alunni dove infilare con precisione questo imbuto che servirebbe a riversare la nostra sapienza…). Ma nemmeno la metafora del giardinaggio, che una volta sposavo e assaporavo come vera, non mi convince più, almeno non completamente. L’alunno come pianta da innaffiare, da disporre in un terreno adatto, da riparare dal sole per garantirgli il suo sviluppo. Certo, qui spirano venti più liberi, ma in fondo la vita della pianta è nelle mani del giardiniere, la sua forma nelle sue forbici…Comunque sia, sono metafore.
La scuola è morta. Tutti lo percepiscono, lo hanno vissuto, forse alcuni lo sanno davvero, ma pochi lo dicono (bisognerebbe urlarlo). Non si dice, perché dirlo imporrebbe una ricostruzione non solo della scuola, ma proprio del nostro essere nel mondo. Perché la morte della scuola è un aspetto di un problema ben più ampio, di una questione che può essere affrontata solo filosoficamente (non vi spaventi l’idea, parlo di filosofia vera, che equivale a dire parlo della vita).

“La medicina fa ammalare, i trasporti immobilizzano, la comunicazione fa sì che non si riesca a mettere nulla in comune, la scuola istupidisce. Le troppe informazioni disorientano; l’accumulo di consumi personalizzati fa perdere il tratto caratteristico della personalità individuale; l’accelerazione del ritmo della vita ammazza il tempo e i tempi di ognuno; nessuno ha più tempo per nessuno”
Attesi imprevisti – Paolo Perticari


E io aggiungerei che l’iperconnessione genera solitudine, non quella fondamentale del raccoglimento, ma quella angosciata dal desiderio di relazione.
Sia chiaro, proprio perché ho a cuore la scuola voglio parlare chiaramente della sua morte. Perché in tutto questo disastro del contemporaneo, vorrei una scuola capace di essere eretica, folle, rivoluzionaria, perché solo così può riacquistare un senso. Non c’è alcun tratto politico (nell’accezione banale del termine) nel mio discorso. Chiunque senta le parole di Perticari come vere, è chiamato a chiedersi cosa sta facendo, in qualunque ambito.
Allora ecco perché scrivo contro la programmazione (non in assoluto, ma contro la programmazione come viene normalmente intesa a scuola). Quando va bene, si tratta di compilare e dimenticare. Quando va male, ossia quando si crede eccessivamente nella possibilità di poter programmare, il programma si trasforma in un idolo a cui sacrificare ogni cosa, in primo luogo il tempo: accade così che invece di dedicare il tempo agli alunni lo si dedichi al programma nella convinzione che i due elementi siano sovrapponibili. Ma c’è altro, ed è più importante. L’ansia di programmare, di prevedere, di prestabilire, non può che sottrarci umanità, perché sottrae la possibilità, intendo lo spazio temporale, per accettare l’imprevisto, per accogliere l’errore, per ascoltare chi ci sta davanti. Ecco quindi un proposito (non un programma…) per l’anno che arriva: abbiamo tempo! Perché solo nella consapevolezza di avere tempo può accadere qualcosa di utile in aula. Cos’è utile, chiederete. Beh, al contrario di ciò che si pensa è non solo utile ma fondamentale la conversazione: detta così, la vedo qui scritta, sembra una banalità, ma in classe abbiamo così paura di conversare (perché non c’è tempo...o perché abbiamo paura) che non sappiamo più come si fa, ma soprattutto non capiamo più a cosa possa servire (qui la scuola muore, qui ripete l’orrido del disastro della modernità). Ogni volta che giudichiamo (come banali, scorrette, fuori argomento ecc.) le idee espresse dai nostri alunni in quei brevi momenti di conversazione che permettiamo, stiamo uccidendo la possibilità che accada qualcosa. Altro proposito: imparare con gli alunni a conversare, ad ascoltare senza giudicare, ad attendere.

“I beni più preziosi non devono essere cercati, ma attesi” Simone Weil

“L’insegnamento, come l’apprendimento, non accade nell’andare di corsa, semmai nel rallentare, nella lentezza, talvolta nella fatica che caratterizza questo rallentamento e il suo ripetersi nel tempo”
Attesi imprevisti – Paolo Perticari

I libri più intensi sono quelli che ti descrivono senza conoscerti. Ed è quello che mi è accaduto con il testo del filosofo Perticari. Non so spiegarvi, ma so dirvi però che quando leggete qualcosa che vi descrive, la sensazione è prima di tutto corporea, non intellettuale. Una sorta di liberazione fisica nel leggere pagine che si scagliano, ma sempre con una sorta di gentilezza, contro la possibilità e la necessità di un approccio scientifico ai temi dell’educazione e della didattica. E’ ora di finirla con l’idea di poter quantificare e prevedere e giudicare tutto. Perché ogni qual volta si applica questo principio all’educazione, ovvero ad esseri umani nel pieno del loro sviluppo, non si fa altro che ucciderne l’umanità. Non voglio usare toni apocalittici per sconvolgere, questo è l’unico modo che possiedo per spiegarmi. L’umanità, il senso dell’umanità, risiede nel mistero, in quello spazio eternamente vuoto che il tempo della vita di ogni singolo uomo ha il compito di costruire. Se pensiamo che ogni cosa che accade nella relazione educativa sia misurabile, stiamo misurando quello spazio, il che equivale a dire che lo stiamo riducendo, stiamo iniziando esattamente il disastro della contemporaneità, cioè la riduzione della dimensione verticale dell’uomo, per appiattirlo, per renderlo mezzo e non più fine.

“Più sono radicate certe idee di programma scolastico e di scientificità (e anche le idee di più alto profilo contengono questo rischio), più possono portare alla non-accettazione della sorpresa. In questo caso ogni imprevisto, ogni sorpresa, ogni scarto, è considerato un errore […]. La possibilità di sbagliare, invece, è un indicatore della qualità educativa di un’esperienza. Se non si può sbagliare vuol dire che c’è qualcosa che non va.”
Attesi imprevisti – Paolo Perticari

Ecco allora un altro piccolo proposito: amare l’errore. Perché in esso c’è un percorso cognitivo, perché l’errore è una finestra aperta sulla stanza che ci interessa di più. Ogni volta che lo sottovalutiamo in maniera sbrigativa o lo condanniamo, o peggio lo stigmatizziamo, ci stiamo impedendo la possibilità di capire come ragiona quell’alunno.

La prospettiva andrebbe quindi rovesciata (oggi la forza di un’idea sta nel suo potenziale eretico): non sono gli alunni i primi a dover stare attenti, siamo noi. L’attenzione è parte integrante della capacità di attendere, ed è quella facoltà fondamentale che permette di aprire uno spazio in cui qualcosa possa davvero accadere. Non si tratta dell’attenzione intesa come sforzo, come ricerca, come tentativo di captare, no, tutt’altro, l’attenzione più feconda è un’attesa attiva (simile in sostanza alla preghiera). Ma perché il docente ha bisogno estremo di questa attenzione? Per cogliere l’altro, per capirlo, per accoglierlo, per imparare da lui (altro ribaltamento). Come potrà mai accadere tutto ciò se siamo impegnati soltanto a concludere il programma? Fosse anche quello che avevamo programmato per quella singola ora. Capite? Il miracolo garantito dall’attenzione

“è la riconciliazione non precipitosa con quello che succede davvero all’interno dell’esperienza in cui viviamo durante il suo ripetersi nel tempo. Il miracolo di cui si parla non potrà mai essere programmato. E’ piuttosto un atteso imprevisto
Attesi imprevisti – Paolo Perticari

Mi fermo e rileggo. Sono andato veloce, concitato come al solito quando parlo di qualcosa che mi appassiona. Non importa, ho scritto per me. Tanto altro ci sarebbe. Ma insomma, forse adesso capite perché in quella frase scritta ingenuamente un anno fa c’era già tutto questo mio intendimento: so che dobbiamo smetterla di aspettarci che tutto sia già bello e pronto...le cose belle vanno costruite e scoperte assieme.
Ora abbiamo di fronte un nuovo anno scolastico (tutto vuoto!! evviva!!). Non ho programmi particolari, ho tante idee e qualche convinzione, e sono pronto a cambiarle. Sono pronto anche a rischiare. C’è un senso da ritrovare. C’è un intero quaderno da riempire. 

“Mi spaventa questa didattica attuale propugnata in tutte le salse sulle riviste patinate dirette dai più autorevoli pedagogisti per insegnanti che sanno dire di tutto, anche di ecologia, anche della necessità di un nuovo impegno, anche del disastro, pur di non cambiare mai i comportamenti effettivi di fronte alle situazioni di disagio che si presentano, pur di non arrivare a chiamare in causa il proprio sguardo su quel che succede. Mi sembra l’inizio di un essere umano incapace di tornare a essere sé stesso quando le circostanze lo mettono di fronte a una persona che è stata come lui vittima della sorte. Allora non si tratta di dire se è meglio la programmazione per obiettivi o la programmazione individualizzata; ma di trovare un senso in quello che si sta facendo, facendosi sorprendere da quello che si sta facendo, nel programma che si è costruito, e ancor di più in quel processo di apprendimento/insegnamento che si sta vivendo”
Attesi imprevisti – Paolo Perticari

sabato 1 giugno 2019

Testo libero - Giulia B.


THE SNOW KILLER

In una gelida mattinata d'inverno, come tante altre, a Stoccolma venne ritrovata l'ennesima vittima.
Sul posto era già arrivato l'ispettore Harry, il miglior investigatore di tutta la città, seguito dalla polizia.
Il cadavere rinvenuto apparteneva ad una donna e, accanto a lei, un pupazzo di neve con la sua testa; gli arti della donna erano stati tagliati e messi tutti vicini sulla gelida neve. Era una ragazza giovane, non molto alta e con degli occhi azzurro intenso. L'ispettore Harry cominciò a indagare sulla scena del crimine e, a pochi passi dalla vittima, c'era un borsone con dentro dei vestiti, una bottiglia d'acqua e delle scarpe: probabilmente apparteneva alla donna.
Secondo Harry, la vittima stava tornando a casa e l'assassino la stava seguendo, finché la donna, accorgendosi che non era sola, provò a scappare, ma invano.
Per l'ispettore Harry, non era la prima vittima trovata morta tagliata a pezzi e con un pupazzo di neve nei pressi dell'omicidio che guardava sempre in direzione dello stesso; infatti nelle ultime due settimane si erano già verificati dieci casi simili: tutte le vittime erano donne, con dei figli e single. Venne scoperto che anche l'ultima vittima ritrovata era una di loro. L'assassino, però, non lasciava tracce, nemmeno una piccola parte di impronta digitale, niente, sembrava un fantasma: era impossibile da trovare.
Nessuno l'aveva visto né entrare, né uscire dalle case delle vittime; i poliziotti non sapevano che fare, i sospettati interrogati erano tutti puliti, persone normali di cui non aver paura.
Quella notte, Harry non riuscì ad addormentarsi, così prese il computer, si sedette in cucina, e decise di approfondire le ricerche.
L'unica donna single e con un figlio rimasta a Stoccolma era Greta Homberg; abitava in una vecchia casa in mezzo al nulla, in compagnia di sua figlia Rosie.
L'ispettore volle andare a controllare, magari avrebbe previsto l'omicidio, così, prese l'auto e si diresse verso la vecchia casa.
Parcheggiò non molto lontano dall'abitazione; non sapeva se bussare, erano le 5 del mattino ed era buio pesto, ma notò che nella baracca vicino alla casa c'era una luce accesa, così, deciso, battè per tre volte sulla piccola porticina. Nessuna risposta. Silenzio assoluto. A rompere quella quiete fu il pianto di un neonato.
Di colpo, Harry tirò un calcio alla porta, sfondandola. In mezzo a quella stanza poco illuminata c'era una culla con dentro una bambina avvolta in fasce, e sugli occhi un canovaccio. Ai piedi della culla c'era una tazza a pezzi. L'ispettore Harry prese la pistola e si avviò verso il giardino: aveva sentito un rumore. Notò che sulla neve non c'erano solo le sue impronte. Accanto ad un macabro pozzo si trovava lo stesso identico pupazzo di neve delle volte precedenti. Si affacciò sul pozzo e vide una cosa orripilante: la testa della donna mozzata galleggiava nell'acqua tinta di rosso. Il corpo, però, non c'era. Harry decise di non chiamare la polizia, almeno per il momento. Incominciò a rovistare in giro per la casa in cerca del corpo. Non trovò alcun indizio, neppure la minima traccia di sangue: niente.
Si ricordò, poi, del neonato nella baracca e decise di andarlo a prendere: non poteva stare là, con quel freddo e tutto da solo.
Quando lo prese in braccio notò che sotto il lenzuolo c'era qualcosa, sembrava un cuscino. Ma non era così, non era per niente un cuscino...
L'ispettore appoggiò il bambino e scostò cautamente la coperta: sotto c'erano dei sacchetti neri; sollevato, Harry ne prese uno e lo aprì, dentro c'era un pezzo di braccio: aveva ritrovato il corpo della donna.
Subito dopo portò il bambino in casa, scrisse un biglietto per la polizia, salì in auto e chiamò il suo capo per avvisarlo del ritrovamento.
Da molto tempo, l'ispettore stava male, aveva cominciato a bere e non prendeva seriamente il suo lavoro: tutto per colpa di sua moglie. Se n'era andata con suo figlio in America e avevano divorziato.
Il capo di Harry decise di non affidargli nessun caso finchè non si fosse messo a posto.
All'ispettore, un giorno, arrivò una telefonata inaspettata: era sua moglie, voleva tornare a Stoccolma e ricominciare tutto da capo; Harry si sentiva rinato.
Decise, quindi, di riprendere il pieno controllo della sua vita: uscì di casa, e si diresse con passo svelto dal suo capo. Proprio quella mattina era stato rinvenuto il cadavere di un uomo: apparentemente un suicidio. Il caso venne affidato ad Harry. Salì subito in auto e si diresse verso il luogo del delitto. Appena arrivato lo accolse il capo della polizia che gli spiegò l'accaduto:
“Jagged Jones, 35 anni, morto sul colpo per arma da fuoco. L'abbiamo ritrovato chiuso a chiave nel suo garage, seduto su una sedia con un fucile in mano e un colpo sparato in testa. Al primo impatto abbiamo pensato fosse un suicidio, dato che era chiuso a chiave nel garage ma, come puoi notare, la canna del fucile è troppo lunga per aver fatto tutto da solo. L'ha ucciso qualcuno”.
Harry cominciò a guardarsi intorno per capire se ci fosse qualche prova. Insoddisfatto, uscì dal garage e notò che dietro la casa c'era lo stesso identico pupazzo di neve rinvenuto nei precedenti omicidi. Il killer fantasma aveva colpito ancora.
Pochi giorni dopo venne accertato dal medico legale che il caso dell'uomo era un omicidio.
Lo stesso giorno gli arrivò la telefonata della moglie dicendogli che era arrivata a Stoccolma e che si era sistemata nella loro vecchia casa. L'uomo si diresse verso casa pronto ad accogliere la moglie; bussò alla porta, ma nessuno aprì; andò a cercarla sul retro della casa ma non la trovò. Così, pensando che fosse uscita tornò al lavoro...ma non si accorse che ai piedi della porta c'era un biglietto e accanto un pupazzo di neve...
Quando, verso sera, stava per arrivare a casa, decise di chiamare sua moglie; ma non rispose. Arrivato davanti all'abitazione, entrò, provò a chiamare sul cellulare la moglie nel caso non fosse ancora rientrata, ma in lontananza sentì solo l'eco della suoneria che rimbombava per tutto il corridoio, e nessuno rispondeva; così, un po' spaventato, corse su per le scale diretto al piano superiore e, con suo stupore, trovò il telefono di lei attaccato con lo scotch al muro. Poi, un tonfo proveniente dallo scantinato...
Si precipitò giù per le scale con una velocità assurda.
Trovò sua moglie e suo figlio incoscienti, legati su due sedie e al collo un fil di ferro.
Alle loro spalle c'era una donna: tutta vestita di nero e con dei guanti, che subito attaccò: “Ciao Harry, ti stavamo aspettando. Vedi, ti ho seguito in questi giorni e devo dire che sei stato davvero ingenuo a non capire che ero stata io ad uccidere tutte quelle persone; quelle lì non meritavano di stare a questo mondo, i loro figli devono capire quant'è brutto restare senza una madre, così com'è successo a noi, vero fratellino?”
A quelle parole Harry si scagliò addosso alla donna, ma era già troppo tardi: lei aveva tirato il fil di ferro verso di sé, sgozzando la moglie e il figlio dell'ispettore.
Almeno aveva ritrovato lo spietato snow killer.

mercoledì 29 maggio 2019

Testo libero - Chiara Z.


L’ULTIMO CASO

L’ispettore Brown viveva a Manhattan in una piccola abitazione fatta di legno costruita su due piani. L’ispettore disteso sul divano davanti al caminetto acceso si stava riscaldando bevendo una tazza di cioccolata calda. Fuori pioveva a dirotto e la nebbia circondava le case e l’aria era gelida. L’ispettore stava sorseggiando la sua cioccolata quando sentì vibrare il suo cellulare nella tasca dei jeans. Si sedette bene sul divano, pose la tazza sul tavolino di fronte a lui, tirò fuori dalla tasca il cellulare e rispose.
La signora White, una giovane signora, disse: ”Buon pomeriggio, signor ispettore, sono la vicina degli Smith, quei ricchi signori sulla quindicesima. L’ho chiamata perché è da qualche giorno che non vedo il signor Smith uscire, e sua moglie ieri sera è rientrata con un secchio di vernice gialla. L’ho trovato sospetto per il semplice fatto che, chi mai dipingerebbe  d’inverno con questa umidità? La vernice starebbe tantissimo ad asciugarsi.”
Mr. Brown rispose: ”Ha ragione signora, c’è qualcosa che non quadra. Le andrebbe bene di vederci domani mattina da lei verso le otto? Così mi racconta qualcosa in più su questa famiglia?”
La signora annuì e poi riattaccò.
La mattina seguente l’ispettore scese in cucina, si fece un caffè, prese il cappotto e l’ombrello e uscì di casa. Chiamò un taxi e arrivato sulla quindicesima pagò l’autista e scese dall’auto. Suonò il campanello di casa della signora White e gli aprì una donna sui quarant’anni, alta, mora, dagli occhi verdi e vestita con grazioso vestito blu cobalto.
L’ispettore entrò e si accomodò su una poltrona rossa davanti alla signora, che gli offrì del tè.
La signora incominciò a raccontare: "I signori Smith saranno sposati da circa dieci anni e sono molto ricchi, come può vedere guardando la villa. Non hanno figli, con loro c’è solo una governante di nome Peggy, sulla trentina. Il signor Smith in passato le aveva promesso un assegno, con quei soldi sarebbe potuta andarsene e tornare dalla sua famiglia in Messico. Diciamo anche che con quei soldi la sua famiglia non avrebbe più avuto problemi di povertà, lei non avrebbe più dovuto lavorare come governante. Solo che alla fine quel assegno non glielo diede”.
“Ottimo movente per un presunto omicidio.” disse il signor Brown.
La signora White rispose: ”Infatti, e credo proprio che il signor Smith sia stato ucciso, non era troppo simpatico. Trattava la moglie come se fosse un cane, spesso sentivo le sue urla. Non so perché si siano sposati, tra quei due c’è solo odio e rabbia.”
L’ispettore Brown disse: ”Ecco un’altra sospettata, cosa mi sa dire sul suo conto?”.
La signora rispose: ”Quando era più giovane lavorava nell’industria elettrica di suo padre. Io e lei andiamo d’accordo, è una signora simpatica, non biasimerei nessuna delle due se avessero ucciso il signor Smith”.
Finita la chiacchierata con la vicina, l’ispettore decise di andare a far visita alla signora Smith.
La signora Smith era una bella donna sulla quarantina alta e snella, aveva raccolto i capelli in uno chignon.  Lo accompagnò per la villa e gli fece vedere le varie stanze, nessun indizio del morto. La signora intanto disse: ”Comunque è inutile tutto questo, mio marito se ne andò una settimana fa e lasciò me e Peggy da sole”.
Infine la signora Smith gli fece vedere la camera da letto. Era ampia e spaziosa, con una grande finestra affacciata sul giardino. I muri erano color giallo sbiadito, tranne una piccola parte vicino alla porta che era di un giallo più acceso, sicuramente ritinteggiato da poco.
Scesero in cucina e la signora Smith gli offrì un caffè. L’ispettore però notò un comportamento sospetto. La signora quando aprì uno sportello contenente le tazzine da caffè si affrettò subito a chiuderlo come se volesse nascondere qualcosa.
Però il signor Brown riuscì a scorgere una boccetta e sull’etichetta scorse un teschio: veleno.
La signora Smith ancora prima che l’ispettore potesse dire qualcosa, lo liquidò velocemente e scortò fuori dalla porta e gliela sbattè in faccia.
L’ispettore tornò così a casa, si sedette sul divano e cominciò a pensare a tutte le informazioni ricevute e alle scoperte di quel giorno.
Ormai era ora di pranzo, così si fece un panino e dopo corse in commissariato. Chiese a tre poliziotti di seguirlo perché aveva bisogno di aiuto: doveva tornare a casa Smith e trovare il corpo del signor Smith.
Arrivati, bussarono forte alla porta che gli venne aperta dalla signora Smith, che con indifferenza accompagnò i tre poliziotti in camera da letto e gli offrì del caffè che accettarono volentieri.
Sembrava troppo tranquilla, troppo indifferente per una situazione del genere, strano, davvero strano.
L’ispettore si mise a parlare e la signora gli offrì un po’ d’acqua.
E si mise in tasca uno strofinaccio.
Mr. Brown disse: ”Sa, non credo proprio che berrò quest’acqua. L’ha avvelenata col tallio, un veleno incolore, inodore, e insapore ed efficacissimo. Si muore. E’ così che ha ucciso suo marito immagino. Col veleno che ha nella boccetta vicino alle tazzine da caffè”.
La signora rispose: ”Ma bravo ispettore, vedo che è un buon osservatore. Mio marito mi trattava male, come se fossi spazzatura. Non ne potevo più di farmi mettere sotto i piedi da un inutile uomo. Così decisi qualche giorno fa di fargli una cenetta romantica, era tutto pronto: cibo di alta qualità, luce soffusa e rose sparse per la stanza. Versai nel vino il veleno e lui lo bevve con gusto. Il veleno iniziò a fare effetto e poi cadde dalla sedia morto. Ero fiera del mio lavoro, ma non era finta qui. Spaccai il muro della camera da letto e lo murai dentro, lo chiusi con del cartongesso, poi ritinteggiai”.
L’ispettore rispose: ”Ottimo, ora che ha confessato non resta che portarla via subito dopo aver trovato il corpo. Ma mi tolga una curiosità, dove ha trovato il tallio?”.
“Lavoravo in un’industria elettrica e lì ce n’era in gran quantità. Comunque è giunta la sua ora signor Brown”.
“Anche se mi ucciderà ci saranno gli altri poliziotti che, trovato il corpo, l’arresteranno”. Disse l’ispettore.
“Mi dispiace contraddirla ispettore, ma in quel caffè c’ho messo del tallio, non potevo rischiare che trovassero il corpo. Ora i loro corpi saranno stesi sul pavimento con gli occhi vitrei, nessuno saprà mai nulla”.
“E Peggy?” chiese l’ispettore.
“Oh, di lei ho avuto pietà, le ho dato quel tanto promesso assegno, se ne è andata in Messico, non dirà una parola”.
“Vedo che ha pensato a tutto, devo ammettere che è stata davvero attenta a tutto”.
“E’ inutile che temporeggi ispettore Brown. La ucciderò comunque, non c’è via di scampo”.
L’ispettore iniziò a sudare freddo, corse per la casa, ma ad un certo punto si trovò davanti ad una porta chiusa: era in trappola!
La signora Smith arrivò da dietro, tirò fuori lo strofinaccio dalla tasca e lo mise intorno al collo dell’ispettore e strinse, strinse quando il signor Brown urlò: era un urlo agghiacciante, un po’ soffocato, si sentiva il dolore di quel pover'uomo: la sua fine era giunta.
Il corpo cadde a terra con un tonfo sordo, con gli occhi vitrei, bagnati dalle lacrime. Il collo era rosso, dal naso non usciva più aria. La luce dei suoi occhi, la vita dal suo corpo se n’erano andate.

Testo libero - Giulia D.L.



UN RACCONTO GIALLO

Il commissario Grammatikus, che si chiamava così perché sbagliava spesso i congiuntivi, si stava tagliando la barba in bagno con il suo rasoio. Ad un tratto squillò il suo cellulare. Grammatikus sobbalzò e rispose al telefono: “chi MI osa DISTURBARMI mentre faccio la barba???”
Dall’altra parte del telefono rispose la sua assistente Veronika: “mi scusi signor commissario sono Veronika. C’è stato un omicidio a S. Genoveffo al Carmo e dovrebbe venire per la risoluzione del caso.”
Grammatikus, allora, prese la sua macchina e si diresse verso S. Genoveffo. Dopo circa mezz’ora di strada arrivò in paese dove lo stava già aspettando Veronika. Entrambi si recarono sul luogo del delitto e il commissario chiese a Veronika chi fosse la vittima. Veronika gli disse: “si chiamava Marcello de Vultris, la sua famiglia è molto ricca ma lui stava spendendo tutti i soldi per cose inutili; sua madre era atea e di conseguenza anche Marcello. Grammatikus chiese a Veronika: “quali indizi SONO stati trovati con il corpo??”  Veronika rispose: “un rosario turchese; una macchia rossa (che poteva sembrare sugo o vino); una ciocca di capelli ricci; dei mozziconi di sigaretta e nell’aria c’era un forte odore di caffè". Grammatikus, allora, rifletté ad alta voce dicendo: “se SAREBBE sugo FA pensare a qualche pietanza fatta in casa; se il de Vultris SAREBBE ateo non AVESSE un rosario turchese con le iniziali D.N. ai suoi piedi; la ciocca di capelli non SAREBBE APPARTENUTA a lui essendo calvo.”
Alcuni testimoni interrogati da Veronika dissero di aver visto aggirarsi la sera precedente intorno alle 22.03 le seguenti persone: Don Nando, il prete; Donatella Narolli, la casalinga; Donato Nato, il barista; Perpetua, la perpetua. Da qui Grammatikus capì che il rosario poteva essere associato a tutti i sospettati; decise quindi di iniziare gli interrogatori, partì dal prete Don Nando. Grammatikus si recò in canonica e chiese al parroco: “Don Nando mi FACESSE vedere il suo rosario per piacere.” Il prete lo cercò ma non lo trovò; Grammatikus gli chiese di descriverlo; Don Nando, allora, disse: “è di perle bianche.” Il prete era assolto essendo un rosario bianco e non turchese.
Si recarono quindi dalla casalinga, la signora Donatella Narolli. Arrivati a casa della signora entrarono e Grammatikus le chiese: “immagino lei HA SENTITO quello che è successo in paese ieri sera… cosa ci faceva in giro verso le 22.03 di ieri sera?” Donatella, allora, spiegò che era ad aspettare la figlia diciottenne che tornasse a casa dall’appuntamento con il suo ragazzo. Grammatikus guardò in giro la casa e notò che c’era una pentola con della salsa di pomodoro a cucinare; nell’aria c’era un odore di fumo testimoniato anche dai mozziconi dentro il posacenere. La signora Narolli chiese a Grammatikus se poteva offrigli un caffè. Grammatikus ringraziò ma non lo accettò e notò che sulla tavola c’era un rosario bianco. Tornando verso l’auto si imbatterono nella signora Perpetua di Don Nando. Perpetua esclamò: “per fortuna che l’ho ritrovata commissario, mi sono ricordata che il rosario di Don Nando l’ho prestato ad una signora con i capelli ricci stamattina perché lei aveva perso il suo”. Dopo questa informazione il caso era concluso. Grammatikus e Veronika tornarono a casa di Donatella e l’accusarono dell’omicidio di De Vultris, lei non negò e spiegò che l’aveva ucciso perché era il ragazzo di sua figlia e non lo reputava un ragazzo adatto alla sua famiglia.


Testo Libero - Giulia C.


L’IPNOSI
Era un giorno di nebbia e il mare era in tempesta, ma un uomo, col passamontagna, salì lo stesso sul molo e da lì lanciò due valigie in acqua.
Squillò il telefono a casa dell’ispettore Solo: due ragazze erano sparite e avrebbe dovuto cercarle.
Arrivò a casa della famiglia delle due ragazze: era una villa gigantesca, completamente bianca nella campagna di Aberdeen. Suonò al campanello e la governante gli aprì e lo accompagnò in soggiorno, lì ci trovò una donna che stava piangendo, la madre delle ragazze, e un uomo che la consolava, il patrigno.
Si sedette sul divano e, visto che erano le 17.00, la governante portò loro del tè e dei biscotti.
La donna singhiozzante iniziò a parlare: “da quando loro padre è morto e io mi sono risposata con Thomas non sono state più le stesse, ma non sarebbero mai scappate, sono state rapite, la prego, ci aiuti: le ritrovi!”
L’ispettore gli chiese: “quando vi siete accorti che erano sparite?”
Questa volta fu l’uomo, Thomas, a rispondere: “non sono tornate da scuola, le abbiamo chiamate ma i cellulari suonavano a vuoto, quindi abbiamo provato a chiamare i loro amici per vedere se sapevano dov’erano ma neanche loro le avevano più sentite dopo la scuola, allora abbiamo pensato al peggio e vi abbiamo chiamato”.
Lui allora gli disse: “se qualcuno chiama per un riscatto avvisatemi e poi ci penseremo io e quelli della polizia”.
Detto questo l’ispettore gli diede il suo numero e se ne andò.
Arrivato a casa sua l’ispettore provò a pensare a dei sospettati, si chiese chi e perché avrebbe voluto rapire le ragazze, la donna era ricca: potevano volere solo dei soldi oppure volevano vendicarsi del marito della donna, un cartomante, che magari aveva fatto una predizione sbagliata, le piste erano tante e i sospettati ancor di più. Come avrebbe fatto a trovare il colpevole?
Passarono i giorni, quando un pescatore, mentre pescava, trovò due valigie impigliate nelle reti da pesca. Le portò in commissariato e lì, con le dovute precauzioni, aprirono le valigie: al loro interno contenevano un corpo putrefatto tagliato a pezzi con un foro all’altezza di quello che un tempo doveva essere stato il cuore.
L’autopsia rivelò che probabilmente il corpo era di una delle due ragazze scomparse e molto probabilmente l’altra aveva fatto la stessa fine. Stava dando le spalle all’assassino quando le avevano sparato, probabilmente stava correndo quando è morta. Preso il cadavere, l’uomo o un complice, con un coltello da cucina, l’ha tagliata a pezzi, li ha messi in due valigie e infine le ha buttate in mare per nascondere il corpo.
Era morta una settimana prima.
Il giorno dopo avvenne la svolta: la sorella ancora scomparsa riapparve e confessò tutto: “sono stata io e in uno scatto d’ira l’ho uccisa, non volevo farlo, mi sono fatta prendere dal panico e ho pensato che se non avessero trovato il cadavere non mi avrebbero messa in prigione. Poi voi l’avete trovata e allora ho capito la gravità di quello che avevo fatto e sono venuta a confessare”.
Parlava con una voce distaccata, come se ripetesse qualcosa imparato a memoria e aveva uno sguardo vacuo come se si fosse drogata, cose che non convinsero Solo della verità di quello che diceva.
Saputo della confessione di Vittoria, il patrigno chiamò l’ispettore e gli disse: “grazie per quello che ha fatto per noi, faremo un bonifico a suo favore” e riattaccò senza dargli la possibilità di controbattere.
Poco dopo lo chiamò anche la madre delle ragazze che gli chiese: "continuate a indagare, se conoscesse Vittoria e Ilaria saprebbe sicuramente che non si sarebbero fatte del male per nulla al mondo. È stato qualcun’altro a uccidere Ilaria e a far ricadere la colpa su Vittoria.
Il vero colpevole è ancora a piede libero in città mentre un innocente è in prigione, se crede veramente nella giustizia non può lasciare che questo accada!”
L’ispettore rispose: "certo che l’aiuterò, neanch’io ho veramente creduto a quello che la ragazza ha detto e suo marito ha chiuso troppo velocemente la faccenda. Vediamoci domani alle 14.00 a casa mia per parlare di sua figlia. La via è Privetti drive, 4”.
“Ok, allora a domani” e la signora riattaccò.
Il giorno seguente si presentò all’ora stabilita.
Si sedettero e incominciarono a parlare. L’ispettore chiese: "perché secondo lei, Vittoria non può aver ucciso Ilaria?”
Lei rispose: "erano molto unite e non si sarebbero fatte del male per niente al mondo.”
“E che rapporti avevano con il patrigno?”
“Lo odiavano, ma speravo che con il tempo avrebbero imparato a volergli bene”.
“D’accordo. Domani andrò a trovare sua figlia e vedere se ha qualcosa da dirci in più rispetto a quanto confessato all’interrogatorio”.
La donna ringraziò e se ne andò.
Il giorno dopo Solo andò in prigione a visitare la ragazza. Entrò nella sua cella, stava dormendo e l’ispettore fece per andarsene, quando la ragazza iniziò a parlare nel sonno: "ti prego non ucciderci, non ti abbiamo fatto niente, non riveleremo niente a nessuno, lo giuro …”- emise un grido e ricominciò a parlare con voce straziante: “no, perché lo hai fatto, Thomas pagherai per questo …”- urlò e la sua voce cambiò, diventò più distaccata, tutta uguale e disse: “si, sono stata io ad ucciderla”. Smise di parlare e l’investigatore se ne andò.
Il giorno seguente l’investigatore andò a casa del patrigno delle ragazze e bussò. Thomas gli aprì e lo fece accomodare su una sedia.
Solo iniziò a parlare: “buongiorno, vedo che ha preso bene la morte della sua figliastra”
L’uomo rispose: “tutti dobbiamo morire prima o poi, è la vita, dobbiamo accettarlo”
“Dove Vittoria può aver trovato l’arma per sparare ad Ilaria? Ma soprattutto perché l’ha presa?”
“Lo chieda a lei, perché dovrei saperlo io?”
“Ieri sono andato a trovare sua figlia, so che sei stato tu ad uccidere Ilaria e a far ricadere la colpa su Vittoria, la mia unica domanda è perché lo hai fatto?”
“E bravo il mio investigatore, come lo ha scoperto?”
“Vittoria è uscita dall’ipnosi e mi ha raccontato quasi tutto, ha ancora paura di te, te lo ripeto per l’ultima volta, perché lo hai fatto?”
“Beh, se si è svegliata tanto vale che te lo racconti io:
avevano scoperto che stavo con loro madre solo per i soldi e che appena fossi riuscito a farle firmare un testamento dove lasciava i suoi soldi, le sue azioni, le diverse case a me, l’avrei uccisa e avrei fatto ricadere la colpa sulle ragazze; quando l’hanno scoperto hanno iniziato a ricattarmi, alla fine non ce l’ho più fatta e ne ho uccisa una facendo ricadere la colpa sull’altra. Adesso sa tutto, mio caro investigatore, ma non fa nessuna differenza perché oggi morirà.”
Tirò fuori la pistola e in quello stesso istante un gruppo di agenti entrò e lo bloccò. Solo disse a Thomas: “hai ragione, anch’io morirò, ma non oggi. Ho immaginato che avresti cercato di uccidermi, quindi prima di venire qui ho chiamato la polizia nel caso tu ci avessi provato e, a quanto pare, ho fatto bene. Portatelo via agenti.”
Thomas fu portato in centrale dove incontrò Vittoria che rubò la pistola all’agente più vicino e sparò su di lui.

giovedì 23 maggio 2019

I disegni di Gabriele

La diversità di questi tempi non è che vada proprio di moda. Ma in fondo, a ben pensarci, la diversità (cioè l'accettazione della diversità) ha mai vissuto davvero tempi migliori di questi?
Lo so, il discorso è lungo e complesso, ma il confronto con la diversità, o meglio il fatto di conoscerla, di venirne a contatto, di scoprire che poi tanto diversa forse non è, è fondamentale. Proprio questo mi spinge sempre più ad aprire la scuola a tutti i tipi di incontri. E proprio nel periodo esistenziale in cui si cerca di essere uguali agli altri, di essere accettati, è bene conoscere e vedere tutti quelli che incarnano una diversità, di qualunque genere, tutti quelli che sanno accettarla, o che comunque la vivono perchè quella è la loro vita. 
Conoscere è bello perchè si scopre sempre che tutto quanto ci sembrava lontano, in realtà è vicinissimo. E voi alunni che state leggendo (quei due tre insomma...) un giorno magari cercherete di essere diversi a tutti i costi per il bisogno di una vostra identità; e prima o poi, più avanti ancora, farete i conti con la vostra vera diversità, quella che ognuno cova in fondo da qualche parte, quella che rischiamo di tenere nascosta per una vita intera solo per paura: beh, spero che a quel punto sarete in grado di accettarla perchè quello sarà un passo verso la felicità.
Bene, siete salvi, il predicozzo è finito...
Qualche mese fa l'assessore Ros mi ha fatto conoscere Elena Bulfone, responsabile dell'Onlus Progetto autismo fvg. Ci è bastato poco per accordarci e così qualche giorno fa le classi seconde hanno svolto una visita al Museo del Vino accompagnate da Chiara e Davide, due ragazzi autistici che hanno fatto da guide. Giovedì mattina invece è arrivato Gabriele, accompagnato da Debora.
All'inizio la classe era silenziosa, forse intimorita o incuriosita. Debora ha cercato di spiegarci cos'è l'autismo e come vivono le persone autistiche, anche con l'aiuto di questo video



Poi è arrivato il momento di vedere i colorati mostri di Gabriele e cominciare a conoscerlo meglio. Così ci ha mostrato orgoglioso i suoi disegni e ci ha spiegato i titoli, poi girando per i banchi ogni coppia ha scelto un suo disegno con lo scopo di riprodurlo.






L'atmosfera è subito diventata più accogliente e tutti si sono messi al lavoro









E mentre i nostri riproducevano, Gabriele in cattedra creava...


 


Alla fine, l'artista Gabriele ha fatto un giro per vedere e giudicare in modo inappellabile i nostri lavori. A onor del vero è stato piuttosto buono nei giudizi...limitandosi al massimo ad un "si poteva fare meglio"😊  La coppia formata da Nemanja e Riccardo N. è stata giudicata da Gabriele come la migliore (onore a loro), ma devo ammettere che in fondo tutti hanno fatto un buon lavoro e hanno terminato il disegno in tempo. Per la cronaca, il prof non si è esibito nella prova di disegno soltanto perchè sarebbe venuto meno ai suoi inderogabili compiti di sorveglianza...

Sono state due ore passate via in un baleno, un video, una spiegazione, poche parole, qualche disegno; può sembrare poco, o addirittura nulla, ma io sono sicuro che la prossima volta che i ragazzi delle seconde incontreranno una persona autistica il loro sguardo non sarà uguale a prima. Sarà uno sguardo meno giudicante, un po' più consapevole, insomma, uno sguardo più giusto.
E proprio perchè sono sicuro di questo, non vedo l'ora di incontrare ancora, nei prossimi anni e con altre classi, gli amici di Progetto autismo fvg