venerdì 6 marzo 2020

Chi "se ne frega" del virus e gli umanisti di Camus

Qui non ci sono compiti, non v'è nulla di scolastico, a scrivere non è il prof., a scrivere è Tommaso Zamò. Vorrei per una volta usare questo blog per esprimere un pensiero rispetto a quello che stiamo vivendo. Uno solo. Anche se poi so che mi farò trascinare. 

Di fronte all'improvvisa tempesta, tutti noi siamo stati investiti da una tumultuosa varietà di emozioni, in un rapido susseguirsi che sembra ora trovare una qualche forma di stabilità. Per questo voglio scrivere adesso, perchè c'è un atteggiamento diventato stabile, fra i molti, contro il quale vorrei schierarmi: è l'atteggiamento che in fondo accomuna chi sminuisce, chi rifiuta di accettare e chi proclama l'inesistenza del problema. Se nelle prime giornate, in mezzo al caos, qualcuno ha preso questa posizione (per poi cambiarla), non si rattristi. Come dicevo, tutti siamo passati in pochi giorni o in poche ore dall'indifferenza alla paura e viceversa, dalla protesta all'accettazione e viceversa, dall'angoscia al menefreghismo e viceversa: ognuno protegge la sua stabilità mentale come meglio crede e può. Io stesso ho passato il mese di gennaio nel vortice delle notizie cinesi in un'angoscia crescente che, forse per la lunga durata, ormai mi ha abbandonato. Io stesso ho cercato invano notizie rassicuranti più volte al giorno. Ma ora è qui, e nelle posizioni di chi lo nega o lo sminuisce non c'è niente di nuovo o di originale.

"I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. [...] I nostri concittadini al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all'uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno, sono gli uomini che passano e gli umanisti in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni.La peste, Albert Camus

Gli umanisti di oggi, per fortuna, non sono tutti in grave pericolo, perchè non abbiamo a che fare con la peste e tanto meno col morbo che ci ucciderà tutti. D'altra parte è una reazione che capisco, come capisco quelli che si appellano al fatalismo; mi spingo fino all'estremo di cercare di capire anche coloro i quali si appellano a una sorta di darwinismo d'accatto (sorvolo, invece, per gentilezza, i vari complottismi).
Capisco, ma giunti a questo punto - qui il motivo di quanto sto scrivendo - non posso giustificare ne' accettare.
Perchè oltre alla propria stabilità mentale - garantita a volte da questi meccanismi di difesa - , ce n'è un'altra ben più importante, questa è la chiave del discorso: quella della nostra società, o meglio della nostra comunità. La comunità...questa parola che, a differenza della parola patria, sembra non scaldare più i cuori a nessuno, dovrebbe invece essere il centro delle nostre riflessioni. Proprio noi italiani, che viviamo nelle piazze e veniamo da quei comuni medievali che si opposero ai poteri universali di papato e impero, dovremmo tenere cara questa parola (e lo scrive uno che ha come massima divinità la Solitudine). La parola comunità, al netto di ogni retorica, a differenza della patria, che pretende - anche etimologicamente - di includere soltanto chi appartiene ad una sorta di misteriosa famiglia genetica e così facendo, sostanzialmente, esclude, a differenza della patria, dicevo, la comunità impone di includere tutti quelli con cui semplicemente siamo. E nell'attimo in cui include, apre l'orizzonte ad un altro termine fondamentale: responsabilità.
Tutte le categorie sopra citate, ovvero l'infinita schiera degli umanisti descritti da Camus,  alcuni fra i fatalisti, quelli del darwinismo sociale, i complottisti e soprattutto, ovviamente, i menefreghisti, sono proprio accomunati, in questa fase, dalla mancanza di responsabilità. Non indago le cause di ogni posizione, capisco che possano essere diverse, ma non sono le motivazioni che mi interessano ma le conseguenze. 
E le conseguenze sono dei comportamenti che non tengono conto dell'emergenza, che sottovalutano le poche e nuove regole che possono permettere di diluire, forse ormai nemmeno più arrestare, il contagio. Perchè "tanto è poco più che un'influenza", o "bisogna pur vivere", o "siete soltanto degli allarmisti", o anche "è letale solo per gli anziani". Se non parlassimo di morte, saremmo nel campo del ridicolo, ma è anche vero che il confine fra tragedia e farsa è così sottile che si può vivere con un piede da una parte e uno dall'altra, e in questo gli italiani eccellono perchè da noi la situazione, diceva Flaiano, è sempre grave ma non è seria. 
Avevo detto un pensiero solo: arriviamo alla fine. Le conseguenze di quegli atteggiamenti, pur vari, nella nostra attuale condizione si possono riassumere in questa sentenza: degli altri, ce ne freghiamo. E se gli altri oggi sono gli anziani, tanto peggio per loro, basta che siano altri da me. Ed eccoci qua, il virus dal quale ci crediamo immuni, perchè giovani e forti, perchè tanto non capita a noi, perchè è tutta una balla, ha già svelato le moribonde condizioni in cui versa la cosa più importante che abbiamo: quella comunità che impone la responsabilità.
Diranno che sono un'allarmista, un buonista, che diffondo il panico, che ho paura (come se aver paura fosse una colpa), ma non avranno capito il punto. Non pretendo che il mondo si metta in quarantena e si annulli la vita sociale, sarebbe bene però che tutti adottassero un po' di cautela e prendessero sul serio la situazione. Poi, mi limito a dire questo. Se è vero che "solo nell'avventura alcuni arrivano a conoscersi" (André Gide), si vedrà bene che solo nell'estremo possiamo conoscere chi ci sta accanto: allora questo è il momento di aprire gli occhi.
La nostra civiltà non finirà per il coronavirus, non moriremo tutti. Passerà, come ogni cosa. Forse dovremo abituarci. Forse ancora un anno, ma alla fine passerà. Non ho invece grandi speranze sul fatto che quelli che ora se ne fregano, passata la tempesta, non troveranno altri dei quali fregarsene, magari più lontani e più diversi, magari quelli le cui notizie in questi giorni sono scivolate in fondo ai telegiornali; e contestualmente, di certo, li torneremo a sentire parlare dei poveri anziani italiani...
Speriamo che in qualche modo abbia ragione Camus quando fa dire al suo dottor Rieux che "...non ci sono fatti, a ben considerare ogni cosa, privi d'un lato buono...", intanto io temo che anche stavolta non impareremo nulla.




1 commento:

  1. Queste parole del prof.Zamò andrebbero fatte conoscere anche al di fuori del blog... sono una nonna e mai mi sono sentita una persona inutile. Il coronavirus mi ha fatto sentire così quando ad ogni notizia dei decessi subito seguiva il commento che erano anziani e vedevo tutti tirare un respiro di sollievo .. invito tutti i nonni a riguardarsi perché vivere è bello , magari in maniera diversa da quando eravamo giovani , ma è bello e possiamo essere la testimonianza anche per i nostri nipoti di quel senso di responsabilità di cui parla il prof !!!!!

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