venerdì 24 gennaio 2020

Ripetere col cuore - 27 Gennaio 1945

Ricordare non è solo conoscere o capire. Ricordare davvero, ricordare per non ripetere, significa anche provare, immaginare, immedesimarsi. Credo che certi eventi possiamo capirli davvero soltanto avvicinandoci alle emozioni provate da ogni singolo individuo. Ricordare (lo dice la sua etimologia) è "ripetere col cuore". Per questo, io e la prof. Franzil, oggi abbiamo provato a chiedere ai ragazzi di seconda e terza di cercare per un attimo di diventare uno di quei ragazzi, centinaia di migliaia, finiti nel meccanismo dei lager nazisti. Ma non uno qualunque, non uno di quei corpi ridotti alla propria essenza dove si fa fatica a cogliere lo sguardo di una persona, perchè - come diceva Primo Levi - era già stata spenta "in loro la scintilla divina". Gli abbiamo chiesto invece di essere Lei, Czeslawa Kwoka, una ragazzina polacca che arrivò ad Auschwitz a 14 anni e vi restò per i suoi ultimi tre mesi di vita. Chiedo anche a voi lettori di guardare bene questo volto: è come se il contrasto fra bellezza e orrore richiamasse da ogni parte di chi osserva un continuo e crescente sgomento.


Ma in classe non ho detto o spiegato nulla, solo questa foto alla Lim e questa consegna:
CZESLAWA KWOKA 1928-1943
Guarda la foto di questa ragazza. Concentrati. Immagina di essere lei in quel momento e scrivi un breve testo in prima persona in cui racconti quello che provi, quello che speri, la tua storia fino all’attimo della foto o qualsiasi cosa ti venga in mente. Inizia con la parola Io


E' chiaro che tutti hanno subito collocato questa foto nel contesto dei lager, quindi l'immaginazione si è legata a quello che ognuno di loro già sapeva. Ecco le loro risposte, io le ho solo selezionate e ordinate. A metterle insieme farebbero una poesia.

Io sono spaventata, molto spaventata, non capisco cosa succeda.

Io non so cosa mi sia successo veramente.

Io provo paura e dolore allo stesso momento.

In questo posto valgo poco e niente. La mia identità è scomparsa, è come se non esistessi sulla faccia della terra.

Mi hanno privata di me stessa, della mia femminilità.

Non ho più un nome.

Stanno cercando di toglierci l’unica cosa che ci rimane: il nostro essere persone.

Io, che avevo vissuto in libertà, ora sono prigioniera, ora il mio nome è solo 26947.

Mi sto rifiutando di piangere perché so che intanto non serve a niente e non mi salverà la vita.

Io ho vissuto una vita triste, senza sogni. La parola principale che si usava era “guerra”. La guerra era in tutte le case come la paura di morire.

Pensavo dove potessero essere i miei genitori, quelli che mi avevano curato con tanto amore, quelli che mi davano la felicità, la mia amata famiglia.

Mi manca tutto, la casa, il cane, il caldo, il piacere, ma solo una cosa mi manca veramente: la famiglia

Io mi sento male, quello che sto passando non è vita, e poi perché sono nata se devo subire questo? Ho bisogno di affetto, di una persona per cui valga la pena combattere. Sono distrutta, non so cosa fare, ormai non vale più la pena piangere e credere che qualcuno possa salvarmi. Mi sento male, mi sento inutile e anche se provo una rabbia immensa non posso esprimerla.

Io, quanto vorrei io essere libera come gli altri, quanto spererei in una vita normale. Qui, l’unica cosa che si possa fare è sperare, ma nella realtà è difficile.

Con il passare del tempo diventai sempre più piena di botte e fragile, dentro di me pensavo di potercela fare e l’unica cosa che mi spingeva a pensarlo era il desiderio di rivedere la mia famiglia. Oggi ho 14 anni e li avrò per sempre.

Voglio rinascere in una città dove non si deve indossare una camicia con un numero.

Nemmeno quando sarò in paradiso sarò libera perché la mia anima resterà sempre intrappolata in quei campi.


C'è stata una frase scritta oggi, che più di altre mi ha colpito: questa ragazza mi porta a una delusione per me stessa. Io non so cosa volesse dire quell'alunna davvero (poi sappiamo mai con certezza quello che ci vogliono dire gli altri?), ma ho sentito in quelle parole qualcosa che si avvicina molto a quello che sento io. Con la Shoah l'uomo ha deluso se stesso. Non saprei dirlo altrimenti con così poche parole.
Poi in classe ci sono state altre immagini di orrore e altre parole, altre domande e spiegazioni e riflessioni, ma qui a che serve aggiungere qualcosa?  Mi sa che oggi qualcuno ha davvero ripetuto col cuore, ha davvero ricordato.

Ecco le parole di Wilhelm Brasse, il prigioniero fotografo di Auschwitz che scattò quelle foto

"Era così giovane e così terrorizzata. La ragazza non capiva perché fosse lì e non capiva cosa le stessero dicendo. Allora una donna Kapo prese un bastone e la colpì in faccia. Quella donna tedesca stava solo sfogando la sua rabbia contro la ragazza. Una ragazza così bella, così innocente. Lei pianse, ma non poté fare nulla. Prima che la fotografia fosse scattata, la ragazza si asciugò le lacrime e il sangue dal taglio sul labbro. A dire la verità, mi sentivo come se fossi stato colpito io stesso, ma non potevo intromettermi. Sarebbe stato fatale per me. Non potevi dire assolutamente nulla."




Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi

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